poeta naturale

mercoledì, ottobre 08, 2008


Ricordi, grazie al "cavoletto" . . .


La Pia e l’Arcadia

Si viveva per strada, una piccola stradina pedonale che divideva due giganteschi palazzi e che ci proteggeva dal resto del mondo come un’inaccessibile gola di montagna. Eravamo invece al centro di Roma, all’inizio dei primi anni settanta.
La mia casa era proprio lì, all’interno della gola, e quella stradina per me è stata tante cose, un giardino, un garage, una palestra, un nascondiglio, un bel principio. Ma era soprattutto la mia strada privata che dividevo volentieri con altri bambini come me. Dalle tante finestre che bucavano simmetricamente le facciate opposte dei due palazzi, si sentiva ogni tanto chiamare un nome che echeggiava nell’aria per qualche secondo, e a turno eravamo costretti da qualche adulto a risalire in casa. Noi bambini obbedivamo sempre a malincuore e chiedevamo “ancora cinque minuti” che non sempre erano concessi.
Anche le finestre della mia casa, soprattutto d’estate, erano sempre aperte in quelle mattine domenicali senza scuola e da fuori entravano solo pochi rumori seguiti dalla solita eco che dava un senso di rarefazione. Delle mattine lunghissime che io passavo ad osservare attentamente le mani contadine e familiari di due donne, la Pia e l’Arcadia, mentre si muovevano senza nessuna incertezza su impiastri appiccicosi di farina violentati sopra una tavola di legno. Ma poi, quasi sempre per miracolo, da quel colloso impasto apparentemente intrattabile nascevano tante setose e gialle tagliatelle identiche una all’altra.
Era una piccola cucina quella dove ho passato molto tempo della mia infanzia e io non me ne sono mai accorto, né del tempo che passava e nemmeno di quanto fosse piccola. Quegli otto metri quadrati scarsi hanno ospitato così tante persone che non ho mai sentito il desiderio di una cucina più grande finché ho abitato lì.
Quando l’Arcadia posizionava il tagliere era arrivato il momento. Allora mi mettevo seduto tra il frigorifero e il lato corto del tavolo, per non intralciare la ritualità quasi tribale che quelle due donne sembravano avere, e tenevo con gli occhi bene aperti proprio all’altezza del tagliere in un coinvolgente primo piano. Stavano per fare la pasta.
Dopo aver visto cadere sulla tavola una valanga di farina, poco più di mezzo chilo e rigorosamente “doppio zero” diceva l’Arcadia con un nonsoché di segreto che solo dopo ho capito, m’ipnotizzavo sulle dita nodose della Pia che con invida osservavo immergersi e sparire nell’impasto informe e refrattario persino a se stesso. Avrei tanto voluto sporcarmi le mani anche io. Immaginavo di tuffarmi nel centro della bocca di quel vulcano borotalcoso, in mezzo ai tuorli rossi, che in realtà erano quattro o cinque uova lanciate senza un’apparente attenzione dentro la fontana di farina bianca, e di essere frullato dalla velocissima forchetta che la vecchia mano della Pia faceva roteare con precisione chirurgica e che pian piano risucchiava tutta la farina intorno al buco.
Senza capire mai bene quando, quella colla instabile diventava un corpo unico e finalmente giungeva il mio momento. Con un pizzico di compassione, mi arrivava dalle mani un po’ meno nodose, magari più giovani e sicuramente più comprensive dell’Arcadia una piccola parte di quell’impasto, in modo che anche io potessi fare le mie tagliatelle. Una piccolissima parte, però, perché dicevano che il cibo non si spreca mai. Io ci credevo, ma quel pezzetto di pasta diventava spesso una macchina, una tazza, un cappello, mai tagliatelle.
Il vero impasto intanto era pronto per essere torturato dalla Pia. Lo afferrava a piene mani e lo schiacciava con i polsi sui quali ci buttava tutto il peso del corpo, magra com’era, poi con la punta delle dita lo rivoltava nel buco lasciato precedentemente dai polsi, e poi ancora, velocemente e di nuovo. Mentre l’impasto si sconquassava e si ricomponeva allo stesso tempo la Pia lo faceva girare come un orologio. Io sussultavo ad ogni raffica di farina che veniva lanciata sul tagliere come fosse un preciso attacco aereo. Quando l’impasto si faceva più compatto e duro da manipolare era l’Arcadia a prendere il posto della Pia. E per me era come se il capitano lasciasse provvisoriamente i comandi al suo secondo per andare a studiare la rotta.
La pasta assorbiva tutto, cambiava colore per un po’ e tornava a essere gialla e più omogenea di prima. Era il tatto delle dita che decideva quando, l’umidità forse, ma a un certo punto l’Arcadia mollava di colpo l’impasto sul tagliere che improvvisamente era tutto pulito, lasciando sola e domata ciò che era diventata una cupola di pasta morbida e giallastra e che sembrava apparire lì per la prima volta.

I rumori che arrivavano dalla mia strada diminuivano sempre di più con l’avvicinarsi dell’ora di pranzo, quando di domenica tutto il mondo ancora si fermava per rispettare meticolosamente i soliti riti del giorno di festa. E nella quiete potevo sentire più nitidamente l’incomprensibile dialetto di quelle due donne visibilmente complici, che dava il ritmo ai loro gesti naturali, quotidiani. Ogni tanto si rivolgevano a me chiamandomi nei modi più strani, ma io potevo apprezzare solo il loro sguardo ironico e bonario perché di quel dialetto non conoscevo che qualche verace imprecazione che non dovevo ripetere. Era comunque una chiacchera laboriosa la loro, il rumore del motore che produceva cibo, sembravano storie semplici e antiche come uova e farina.

Ogni volta che la Pia prendeva il matterello lo mostrava con una smorfia di buffa minaccia e senza convinzione a Primo, il suo compagno da quasi settanta anni, tanto per prenderlo in giro. Una distrazione di un attimo però, perché subito dopo si concentrava ancora sul suo lavoro.
Inizialmente schiacciava l’impasto con le mani fino a farlo diventare un disco perfetto e alto un dito, a quel punto la Pia impugnava il matterello più lungo, la sua arma preferita, e come una specie di samurai la faceva volteggiare sul tagliere inerme con gesti essenziali e spettacolari allo stesso tempo. Spingeva avanti e indietro sull’impasto, plasmando e assottigliando quel disco che rimaneva perfettamente tondo grazie al continuo girare su se stesso.
Era un gioco di prestigio, sembravano quattro mani, ma io ne vedevo solo due ed erano solo vecchie mani. Anche l’Arcadia in quella fase si faceva da parte per ammirare una tecnica mai imparata.
La sfoglia diventava sempre più grande, rotonda e sottile sotto la spinta del micidiale matterello sul quale i palmi delle mani della Pia scivolavano veloci e spingevano in tutta la sua lunghezza. Di tanto in tanto si soffermavano per schiacciare alcuni punti dove la pasta sembrava più spessa. E dopo aver fatto volare ancora qualche raffica più leggera di farina la Pia arrotolava quel disco sottile di pasta sulla mazza di legno che subito dopo faceva rotolare davanti a sé, lanciandola violentemente sul tagliere. Un lembo di pasta che tendeva a staccarsi dal resto della sfoglia avvolta sul matterello, girando veloce, sbatteva forte sul legno della tavola come se si dovesse spappolare. Ma a fine corsa la Pia dava una spinta al matterello in senso opposto e quest’ultimo tornando indietro lasciava la sfoglia più piatta e perfetta di prima. Quando il disco di pasta si faceva più grande del tavolo, lo vedevo penzolare giù dal tagliere senza rompersi mai. E per me era l’ennesima magia.
Con molta cura, quando le donne decidevano che era il momento, ripiegavano la pasta su se stessa per poterla tagliare. Nemmeno una macchina sarebbe stata più precisa. Le estremità irregolari diventavano “maltagliati” per le future minestre, il resto sarebbero state tagliatelle perfette.
Il sugo la Pia lo preparava con lo stesso impegno con cui si prepara un tè, mettendoci più o meno lo stesso tempo. A dire il vero non ho mai assistito a lunghissime cotture a casa mia, tranne quelle rarissime volte in cui delle ingombranti pietanze siculo-arabe invadevano la nostra piccola cucina, ma questa è un’altra storia.
La Pia usava un padellino non molto profondo ma abbastanza largo, faceva scaldare un giro d’olio sul quale appoggiava quasi subito uno spicchio di aglio svestito, il quale non faceva in tempo a brunire perché dopo “il tempo di un paternostro”, come direbbe il Maestro Martino, ci versava sopra dei bellissimi pezzetti di sammarzano maturi e spellati. Due foglie di basilico, poco sale, il fuoco mai troppo alto, una cottura silenziosa.
Il sugo della Pia sembrava non essere sufficiente per la quantità di tagliatelle che c’erano. Ma non è mai stato così. Quel sugo bastava sempre e non ci faceva desiderare altro. E’ bastato a condire alcuni miei ricordi per tanto tempo e ancora oggi riesco quasi a sentire quel sapore, quando miracolosamente azzecco tempi e pomodori in qualche mio tentativo d’imitazione. Ma manca sempre il suo “umore”.

Non ho conosciuto nessun altro, oltre alla Pia, che in vita sua non ha mai comprato un pacco di pasta. Tutti i giorni, per 93 anni, lei ha mangiato solo pasta fatta in casa, prima quella di sua madre e poi la sua, tagliata in tutti i modi possibili, asciutta o in brodo.
Mi ricordo che lasciava riposare le tagliatelle sul letto prima di cuocerle, tra due tovaglie per non farle asciugare troppo, e volte c’era anche la Pia a riposare vicino le sue tagliatelle. Per lei non c’era nulla di speciale in quelle domeniche, erano gesti di tutti i giorni, poteva cambiare il taglio che faceva sulla pasta, o lo spessore della sfoglia, che fossero lasagne, ravioli, pappardelle, cannelloni. Ma per me che potevo assistere alla bravura delle sue mani solo in quel giorno senza scuola era uno spettacolo irrinunciabile, come i fumetti in tv subito dopo pranzo.
La Pia, che non ha mai detto cosa dovevo fare, come dovevo essere, mai un consiglio, mai un giudizio, mi ha insegnato molto di più di quello che forse desiderava. Per fortuna c’è ancora l’Arcadia.

postato da robbianchini 18:01 | commenti

giovedì, giugno 05, 2008


Bene, sono tornato.
Sono passati dei mesi, e mi sembra quasi di entrare nel blog di qualcun'altro.
Per riprendere la consueta confidenza con i miei discorsi inutili, ricomincerò con un inutile discorso.
A tutti voi che non leggete questo blog,
a tutti quelli che non sono interessati alle cose che non scrivo e non scriverò mai su questo già prudente blog, e sono tanti, anzi, direi sono quasi tutti,
a tutta questa grande e casuale folla, a voi che ve ne state caparbiamente lontani dai miei appunti,
volevo dire che sono tornato a postare proprio per voi.
Voi che ve ne fregate di me,
voi che ve ne state su i vostri siti preferiti, a fare cosa poi non si sa,
e vi perdete tutto il meglio di ciò che non scegliete, o peggio ancora "non vi capita" di vedere in rete,
volevo dirvi che vi voglio bene lo stesso, vi considero comunque amici di questo blog.
E non lo dico per sfoggiare una specie di invertebrato buonismo, ma la soddisfazione di avere un blog pubblico e non essere letto la devo proprio a voi.
Se avessi un blog curato, uno stile originale e delle cose da dire, sarei costretto a postare con cura i miei pensieri, aggiornandoli e limandone la sintassi quotidianamente. Invece così non ho niente da perdere.
E poi, in fondo, scrivo solo per tenermi allenato e pronto per quel giorno in cui scriverò il mio primo libro. E un libro, un giorno, non si nega a nessuno.

postato da robbianchini 12:39 | commenti (1)

giovedì, aprile 26, 2007


Dato che ci sono, scrivo.
Scriverò poco, lo so già

postato da robbianchini 18:52 | commenti

venerdì, dicembre 15, 2006


Questi ultimi anni di politica italiana appaiono come uno dei più tristi periodi di involuzione del nostro paese, dove si sono affermati tutti i nostri peggiori difetti, dove il qualunquismo ha trovato una casa, che solo per dispetto si è chiamata "delle libertà", e ha trovato un leader in grado di incarnare quei milioni di cittadini italiani che non ne potevano più degli sforzi intellettuali a cui la cultura di sinistra li aveva sottoposti tutti, per troppo tempo, un leader in grado di rappresentarli nel miglior modo che si potesse fare, ovvero rendendo giustizia all'apparenza, allo stereotipo, scagliandosi contro tutti quei comunisti bacchettoni che più di altri hanno sostenuto maggiormente la cultura dell'essere che quella dell'apparire.
Una cultura indotta, truccata, quella di sinistra, ma era almeno una cultura, e con una paternità di tutto rispetto. Il qualunquismo invece arriva dalla pancia e ha creato solo danni irreparabili.
La democrazia cristiana aveva fatto già molto per tenerci un paese di contadini abituati alla dominazione straniera e insieme al partito socialista degli anni ottanta e novanta sono riusciti anche a farci credere che stavamo percorrendo la giusta strada per la modernità.
Ma tutto questo era solo il preludio al peggio, perché poi il risultato di questo sistema mafioso-feudale che nel tempo si è così ben perfezionato, ha permesso agli italiani di spingersi oltre, di cancellare il passato con con il più sporco presente che avevano. Accade quando si cerca di cancellare un errore di penna su un foglio bianco utilizzando un'impropria gomma che invece di cancellare lascia al posto dell'errore un bel buco sul foglio. Così abbiamo lasciato che il peggiore dei nostri mali si impadonisse della cosa pubblica e come una enorme e programmata gomma da cancellare è passata sulla nostra storia lasciando buchi ovunque nella già fragile struttura sociale italiana, sul nostro foglio di carta già abbondantemente corretto e rivisto, che doveva essere invece custodito come una bella copia della nostra storia, il promemoria di un popolo.
Ora ci rimangono solo dei confusi appunti sui quali si dovrà sempre discutere.

Insomma la storia è fatta, o meglio è rifatta, come molte cose del resto oggi.

Quello che non capisco.
Sono stati cinque anni di tortura psicologica questi ultimi, personaggi indecenti anche solo per un'amministrazione di condominio sono diventati prima ministri della repubblica e poi gli unici interlocutori politici dell'attuale, risicata e impopolare maggioranza di governo. Sembra un incubo che non finisce.
La politica protegge se stessa ad ogni costo, prima ancora di proteggere i cittadini.
Ma non cambierei per nulla al mondo questo pavido e presuntuoso governo centro-sinistroso con quella specie di dittatura della bugia che Berlusconi e i suoi guitti riescono a produrre. Non c'è paragone, anche nella sconsolata consapevolezza che non vedremo mai la normalizzazione di questo perduto Paese.

Come al solito qui accade solo l'imponderabile, il grottesco improbabile, mai il presumibile.
Anche i più pigri menefreghisti storici, scendono in piazza a protestare contro la stangata insostenibile di questa o quella legge dei comunisti.
Anche gli stessi elettori e deputati della coalizione di maggioranza sono critici ogni volta che si apre un nuovo argomento politico che riguarda un programma di governo che dovrebbe essere stato già discusso e accettato.

Certo al Motor Show non dovevano esserci degli intellettuali, ma il dissenso che ho visto in questi giorni nei confronti di Prodi, non l'ho mai visto nei confronti di Berlusconi. A parte il "buffone", isolato e subito individuato dalle forze dell'ordine, e un cavalletto sfuggito di mano a un santo di passaggio, non ricordo lo spontaneo dissenso della gente comune, o almeno non era così manifestato. E mentre lui si faceva beffe della democrazia, l'ammirazione per quell'ometto, anche da parte di quelli che non lo hanno mai votato, è stata più forte della critica.
Solo i comici hanno fatto il loro dovere e anche qualcosa di più.

Il nostro popolo sparirà, la nostra cultura è agonizzante, la nostra lingua è già una lingua morta, la poca arte che siamo riusciti a custodire finirà tutta al Getty Museum di Malibu.
Dopodichè i Berlusconi italiani che sopravviveranno andranno a vivere in America e i nostri figli faranno tutti i giullari nomadi.

Oppure, come al solito, accadrà l'imponderabile.

postato da robbianchini 19:12 | commenti (1)

giovedì, ottobre 26, 2006

Che fine avete fatto, non è una domanda, non è un'esclamazione.
Le vostre esistenze adulte vi isolano dalla vita sociale, dagli amici, e vi rifugiate sempre più spesso nel rassicurante bozzolo infantile delle vostre convinzioni, delle vostre certezze, che nel peggiore dei casi trasmettete ai vostri figli come leggi divine. E divino non è nemmeno il vostro assurdo credo, il vostro Dio "liftato" di moderno spiritualismo, che sia la famiglia, il sesso, i soldi o semplicemente il vostro benessere che è soltanto un precario rifugio dal malessere che provoca la solitudine in cui agite.


Che fine avete fatto, impauriti da tutto e da tutti, gli uomini impauriti dalle donne, le donne impaurite dai figli, i figli impauriti dal futuro. Un futuro che per voi è rimasto solo futuribile, perché lo andate ancora rincorrendo come in un incubo, senza mai raggiungerlo, un futuro che vedete invecchiare davanti i vostri occhi ancora prima di poterlo vivere.


Che fine hanno fatto le vostre doti, la vostra freschezza che non può essere svanita con l'età, perché eravate molto più cupi e complicati in adolescenza che da adulti.


Che fine ha fatto la vostra volontà di cambiare e di migliorarsi, affogata nella paludosa convinzione di essere fatti in un certo modo, di non poter cambiare e quindi di non volerlo fare, quando solo le figure retoriche non cambiano perché sono lì apposta a ricordarvi che siete voi a dover rompere gli schemi, che siete liberi di trasformarvi e di essere sempre diversi, migliori o peggiori, ma mai uguali a voi stessi, altrimenti non sarete nemmeno figure retoriche, ma pura biologia.


Che fine ha fatto il vostro desiderio di imparare, se mai ne avete avuto uno, di scoprire vecchie e nuove verità che si nascondono come mutanti nella scontatezza quotidiana.
Dov'è la sfrontatezza con cui spesso vi perdonate, quando ce n'è bisogno per non piangervi addosso?


Che fine avete fatto, voi, lo stupore che non riuscite a procurarvi più da soli, la passione per l'interesse comune, che fine ha fatto la bellezza che non avete mai espresso per timidezza e che fine ha fatto la timidezza quando avete deciso di essere inutilmente duri.


Che fine ha fatto la voglia di comunicare su Jaap, il desiderio di raccontare, la pazienza di ascoltare, mentre permettete che l'accortezza degli ignavi sia superata dalla presunzione dei fortunati.


Che fine avete fatto, anche se il peggio è che non siete alla fine, ma solo alla metà.


Che fine avete già fatto.


La mia fine.

postato da robbianchini 10:48 | commenti (1)

mercoledì, maggio 31, 2006

Mi perdo, oh come mi perdo dietro dietro figure retoriche, immagini sacre, pensieri eterni, tette enormi.

postato da robbianchini 18:34 | commenti

venerdì, maggio 19, 2006

Del calcio, l'unica cosa che ho sempre amato sono i campionati mondiali, luogo in cui l'atmosfera densa di mafiosità, di concentrazione di potere, di malaffare e truffa che aleggia da ormai troppo tempo nel gioco del pallone in Italia, si rarefà disperdendosi nell'internazionalità dell'evento. Certo, ho sempre tifato per l'Italia, con il constante imbarazzo di vivere in un paese che adora il calcio più di ogni altra cosa, più della legalità, del proprio benessere, a volte anche più della propria famiglia. E quando si è visto, spesso, la squadra italiana soffrire terribilmente con nazioni calcisticamente inconsistenti, l'imbarazzo diventa pura rabbia, amarezza, perché se nonostante tutto l'impegno e l'esasperante attenzione che si ripone in questo pur affascinanate gioco "ballistico", ovvero di studio della direzione e delle traiettorie delle balle, se nonostante tutto questo non possiamo nemmeno godere di una grande squadra nazionale, allora è davvero tutto inutile e anche dannoso sopportare mesi e mesi di radioline accese la domenica attaccate a quei milioni di stupide orecchie di cittadini votanti, ai quali basta una "svista" dell'arbitro a proprio favore per essere felici una settimana intera . Non che i campionati del mondo siano un esempio di correttezza sportiva, ma rispetto a quello che sucede in Italia quella competizione è sotto gli occhi di tante nazioni ed è assai più difficile rovinarne la reputazione. Quest'anno dunque ero pronto a liberare il mio senso sportivo, con quella tipica italiana, ma ormai ingiustificata, certezza che la nostra squadra potrebbe farcela a vincere il campionato mondiale di calcio, quando assisto al ciclone Moggi che travolge tutto e tutti compresa ovviamente l'unica squadra che dovrebbe essere una terra di mezzo, una vasca purificatrice del malato pallone nostrano: la nazionale di calcio italiana. Dal basso della mia ingenuità e mancanza di informazione calcistica, non avevo considerato che un giocatore andando a giocare in nazionale avrebbe automaticamente alzato il suo valore di mercato facendo assai felice anche il suo procuratore. Come a Sanremo, il cantante che partecipa al festival potrà chiedere molti più soldi agli organizzatori di feste di piazza. Poi ho saputo che i maggiori procuratori, i più potenti, sono i figli di Moggi, Giraudo e guarda un po' anche il figlio di Lippi. Io non seguo il calcio, ma chi ne fa una sua religione come può affezionarsi in codesto modo al mondo del pallone sapendo che tutto è in mano a quattro coatti e i loro figli? Saranno gli stessi che non vedono il conflitto di interessi e votano Berlusconi? Credo di sì. Insomma tutto è rovinato, Buffon, Cannavaro, Lippi e chissà quanti altri giocatori e arbitri nazionali verranno impalati da questo scandalo. La reputazione della squadra italiana è ormai compromessa. Così come è compromesso il mio unico momento di interesse al calcio ogni quattro anni. Magari tra altri quattro anni torneremo un paese normale. Magari.

postato da robbianchini 10:29 | commenti

venerdì, aprile 21, 2006

Epoca Stronza

Che cazzo di periodo di merda.
Già dobbiamo combattere contro una naturale tendenza alla depressione dovuta soprattutto a questa età di mezzo, allo spontaneo bilancio che facciamo della nostra vita, chiedendoci cosa ci ritroviamo in mano oggi di concreto, a parte le nostre infantili certezze di uomini adulti, e come abbiamo fatto a diventare così velocemente i giovani-anziani che siamo oggi.
In più ci si mette anche quest'epoca di leggera, stupida e dilagante superficialità in cui non si riesce più a costruire nulla, nessuno progetto nuovo, nessuna possibilità di cambiamento. Sarà che tutto diventa così repentinamente vecchio, così variabilmente importante e così facilmente inutile.
Chi poi come me lavora con i contenuti, di qualsiasi natura questi siano, conosce ancora meglio la fragilità del proprio lavoro. Ed è facile capire perché, a nessuno importa più sapere cosa contengono i contenuti e allo stesso tempo lo standard dei "preset", ovvero le dotazioni di serie che ormai accompagnano tutti i prodotti, sono alla portata di tutti e sono sufficienti a soddisfare la modesta richiesta di qualità del mondo del lavoro comunicativo.
Epoca stronza, soprattutto per chi come noi, non tanto per intelligenza, ma almeno per età anagrafica, ha finalmente capito le sue potenzialità, la direzione che ha preso la sua vita e come potrebbe cambiare, proprio quando riusciamo a distinguerci da quelli che ci somigliano e tocca a noi dire la nostra, nessuno ci ascolta, nessuno è più disposto a riconoscere e apprezzare le sfumature uniche che ogni individuo porta con sé, mentre il nostro lavoro diventa irremediabilmente un compito che chiunque potrebbe svolgere.
Questo accade, secondo me, anche perché tutte le opportunità di lavoro che si incontrano oggi sono offerte e gestite da improvvisati imprenditori (quanti ne conosco!) che come unico obiettivo hanno se stessi e non la realizzazione di un'idea, il proprio prestigio e non il prestigio della propria azienda, le proprie tasche e non una società sana e forte. Certo, chi ha un'attività oggi non può fare altro che difenderla con tutti i mezzi, ma nella catena produttiva quando è il momento di mettere i contenuti non si va mai tanto per il sottile, tanto il pubblico italico è esattamente come pretende il mercato, grossolano nella forma, superficiale sui contenuti, ma appassionato di tette, culi e omologazione. Perfetto, tutte cose che abbondano.

Epoca stronza, gente cogliona, politica infame, tutto questo in un paese senza futuro, con una storica abitudine all'occupazione straniera che ci ha sempre reso deboli e ingestibili. L'inutile vezzo di avere già espresso il nostro meglio per la cultura mondiale, in un passato ormai troppo lontano per essere riconosciuto in futuro, non ci servirà quando la legge del più forte che stiamo esercitato un po' ovunque nel mondo ci costringerà a perdere completamente quel poco di autonomia che ancora ci rimane.
Arriverà l'apocalisse, partirà da questo paese e se si troverà bene magari rimarrà entro i confini di questa penisola, senza andare a disturbare il resto del mondo che almeno ci prova ad evolvere.
Auguri a tutti.

postato da robbianchini 16:56 | commenti

venerdì, dicembre 23, 2005


Dedico questo post, ad una persona che ieri mi ha chiesto cos'era un blog. Dopo averlo spiegato mi è scappato di dire che anche io avevo un blog e spontaneamente ho svelato il mio indirizzo. Mi sono subito pentito, potevo stare zitto, caspita. Il mio blog, questo, è praticamente abbandonato e in questo periodo a forza di mettermi alla prova su tutto mi ritrovo così cambiato così diverso da questa specie di tentativi di post passati. E poi in questo modo è come se dicessi: "guarda il mio blog e ti dirò chi sono", invece è ovvio che non ci può essere nulla che ci rappresenti perfettamente. Nemmeno il nostro diario segreto, qualora ne avessimo uno.
Riflettendoci un po' su, però, mi sono detto che in fondo una parte di me è in ciò che è scritto in questo blog, poco a dire il vero, ma abbastanza da poter stabilire alcune caratteristiche principali del mio carattere. Intanto è chiaro che non sono un poeta, ma questo lo si deduce dal titolo del blog, perchè per essere un poeta naturale non bisogna sentirsi dei poeti, altrimenti non si è più naturali. Poi si percepisce, suppongo, la mia inadeguatezza alla regola, evidenziando così una totale mancanza di una cultura personale solida, fatta di date, nomi, eventi e soprattutto di maestri, ma solo un sapere indotto da un sussegursi di interessi irrefrenabili. Un'altra cosa evidente in questo diario è il conflitto tra la voglia di espormi e quella di essere invisibile, tra il desiderio di dire e quello di trasmettere, tra la mia gioia di vivere e la delusione data dalla consapevolezza di averne solo una di vita.
Insomma qualcosa di me c'è quì sopra, e uno se vuole si prende quello che trova, ma questo blog certo non è il mio biglietto da visita o il riassunto dei miei pensieri.
Sta per cominciare un'altra blog-epoca? staremo a vedere. Intanto la persona che si informava da me su i blog mi ha dato una spendida idea che attuerò molto presto. Farò un'altro blog e lo chiamerò "La Piscina".

postato da robbianchini 17:05 | commenti

lunedì, dicembre 06, 2004

E poi questo blog l'ho iniziato e lo continuo quasi solo per Yota.

postato da robbianchini 13:48 | commenti (2)